Europa e oltre

Guy Debord – La “questione degli immigrati”

Redatte nel dicembre 1985, queste note furono comunicate a Mezioud Ouldamer che nel novembre 1986 pubblicherà, per le Edizioni Gérard Lebovici, Le cauchemar immigré dans la décomposition de la France.

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Guy Debord – Note sulla “questione degli immigrati”

Tutto è falso nella “questione degli immigrati”, proprio come in tutte le questioni apertamente poste nella società attuale; e per gli stessi motivi: l’economia, – ovvero l’illusione pseudo economica – l’ha provocata, e lo spettacolo l’ha elaborata.

Si discute solo di stupidaggini. Bisogna tenere o eliminare gli immigrati? (Naturalmente, il vero immigrato non è l’abitante stabile di origine straniera, ma colui che è percepito e si percepisce come diverso e destinato a rimanerlo. Molti degli immigrati o i loro figli hanno la nazionalità francese; molti polacchi o spagnoli si sono finalmente fusi nella massa di una popolazione francese che era altro). Come i rifiuti dell’industria atomica o il petrolio nell’Oceano – e qui le soglie di intolleranza si definiscono meno velocemente e meno “scientificamente” – gli immigrati, prodotti dalla stessa gestione del capitalismo moderno, resteranno per secoli e millenni, sempre. Resteranno perché è stato molto più facile eliminare gli ebrei dalla Germania, al tempo di Hitler, che d’ora in poi Magrebini e altri: perché in Francia non esiste né un partito nazista né il mito di una razza autoctona!

Dunque bisogna assimilarli o “rispettare le diversità culturali”? Scelta insulsa e falsa. Non possiamo più assimilare nessuno: né la gioventù, né i lavoratori francesi, nemmeno i provinciali o le vecchie minoranze etniche (Corsi, Brettoni ecc.) perché Parigi, città distrutta, ha perso il suo ruolo storico di fare dei Francesi. Che cos’è un centralismo senza capitale? Il campo di concentramento non ha creato alcun tedesco tra gli Europei deportati. La diffusione dello spettacolo concentrato non può che uniformare degli spettatori. Ci si compiace (On se gargarise), detto in linguaggio semplicemente pubblicitario, della ricca espressione “diversità culturali”. Quali culture? Non ce ne sono più. Né cristiana, né musulmana; né socialista, né scientista. Non parlate degli assenti. Considerando per un solo istante verità ed evidenza, non c’è che la degradazione spettacolare-mondiale (americana) di ogni cultura.

E, soprattutto, non è votando che si assimila. Dimostrazione storica che il voto non è niente, anche per i Francesi, che sono elettori e non sono più niente (1 partito = 1 altro partito; un impegno elettorale = il suo contrario; e più recentemente un programma – di cui tutti sanno bene che non sarà mantenuto – ha cessato alla fine di essere deludente, da quando non considera più alcun importante problema. Chi ha votato per la scomparsa del pane?). Si ammette di recente questa cifra rivelatrice (e senza dubbio manipolata al ribasso): il 25% dei “cittadini” di età compresa tra i 18-25 anni non si è iscritto alle liste elettorali, per semplice disgusto. Gli astensionisti sono altri che si aggiungono.

Certi pongono, anzitutto, il criterio di “parlare francese”. Ridicolo. I Francesi attuali lo parlano? È il francese che parlano gli analfabeti di oggi, o Fabius2 (“Bonjour les dégats!”3) o Françoise Castro(“ça t’habite ou ça t’effleure?»5) o B.-H. Lévy?6 Anche se non ci fosse alcun immigrato, non si va, chiaramente, verso la perdita di ogni linguaggio articolato e di ogni ragionamento? Quali canzoni ascolta la gioventù attuale? Quali sette, infinitamente più ridicole dell’islam o del cattolicesimo, hanno facilmente conquistato un’influenza su una certa frazione di idioti istruiti contemporanei (Moon7 ecc.)? Senza menzionare gli autisti o i ritardati gravi che non vengono reclutati da tali sette perché non c’è un interesse economico nello sfruttamento di questo bestiame; dunque, lo si lascia in carico ai poteri pubblici.

Noi ci siamo fatti americani. È normale che troviamo qui tutti i miserabili problemi degli U.S.A., dalla droga alla Mafia, dal fast-food alla proliferazione delle etnie. Per esempio l’Italia e la Spagna, americanizzate in superficie e persino a una profondità abbastanza grande, non sono mescolate etnicamente. In questo senso esse restano più largamente europee (come l’Algeria è nord-africana). Abbiamo qui i guai dell’America senza averne la forza. Non è sicuro che il melting-pot americano funzioni ancora a lungo (per esempio con gli Chicanos che hanno un’altra lingua). Ma è certo che qui non può funzionare nemmeno per un momento. Perché è negli U.S.A. che si trova il centro della fabbricazione del mondo della vita attuale, il cuore dello spettacolo, che estende le sue pulsazioni fino a Mosca o a Pechino; e che in ogni caso non può lasciare alcuna indipendenza ai suoi sub-appaltatori locali (la comprensione di ciò mostra purtroppo un assoggettamento molto meno superficiale di quello che i critici abituali dell’“imperialismo” vorrebbero distruggere o moderare). Qui, non siamo più niente: dei colonizzati che non hanno saputo ribellarsi, i benedetti-sì-sì dell’alienazione spettacolare. Considerando la proliferante presenza degli immigrati di ogni colore, quale presunzione ritroviamo improvvisamente in Francia, come se ci derubassero di qualcosa che è ancora nostro? E cosa? Che cosa crediamo, o piuttosto che cosa facciamo ancora finta di credere? È un orgoglio per i loro rari giorni di festa, quando i puri schiavi si indignano che degli immigrati minacciano la loro indipendenza!

Rischio di apartheid? È veramente reale. È più di un rischio, è una fatalità già presente (con la sua logica dei ghetti, degli scontri razziali e, un giorno, degli spargimenti di sangue). Una società che si decompone interamente è evidentemente meno adatta ad accogliere, senza troppi scontri, una gran quantità di immigrati, che una società coerente e relativamente felice. Già nel 1973 è stata fatta osservare questa sorprendente adeguazione tra l’evoluzione della tecnica e l’evoluzione delle mentalità: “L’ambiente, ricostruito sempre più precipitosamente per il controllo repressivo e il profitto, al tempo stesso, diviene più fragile e incita di più al vandalismo. Il capitalismo nel suo stadio spettacolare ricostruisce in modo illusorio [tout en toc] e produce degli incendiari. Così il suo decoro diventa ovunque infiammabile come un collège de France”. Con la presenza degli immigrati (il che è già servito a certi sindacalisti suscettibili di denunciare come “guerre di religione” certi scioperi operai che non avevano potuto controllare) si può essere sicuri che i poteri esistenti favoriranno lo sviluppo su scala reale di piccole esperienze di scontri che abbiamo visto messi in scena attraverso “terroristi” reali o falsi, o tifosi di squadre di calcio rivali (non soltanto tifosi inglesi).

Ma si capisce bene perché tutti i responsabili politici (compresi i leader del Front National) si danno da fare a minimizzare il “problema degli immigrati”. Ciò che tutti vogliono è mantenere il divieto di guardare in faccia un solo problema e nel suo vero contesto. Gli uni fingono di credere che non è che un “caso di buona volontà anti-razzista” da imporre, gli altri che si tratta di far riconoscere i diritti moderati di una “giusta xenofobia”. E tutti collaborano per considerare questa questione come se fosse la più scottante, quasi la sola, tra tutti gli spaventosi problemi che una società non riuscirà a superare. Il ghetto della nuova apartheid spettacolare (non la versione locale, folcloristica, dell’Africa del Sud), è già presente nella Francia attuale: l’immensa maggioranza della popolazione vi è rinchiusa e abbrutita; e tutto sarebbe andato nello stesso modo se non ci fosse stato un solo immigrato. Chi ha deciso di costruire Sarcelles8 e le Minguettes9, di distruggere Parigi o Lione? Non si può certo dire che nessun immigrato abbia partecipato a questo infame lavoro. Ma essi non hanno fatto altro che eseguire rigorosamente gli ordini ricevuti: la disgrazia abituale del salariato.

Quanti stranieri di fatto ci sono in Francia? (E non soltanto per stato giuridico, colore e faccia). È evidente che ce ne sono talmente che bisognerebbe piuttosto domandarsi: quanti Francesi restano e dove sono? (E cosa caratterizza ora un Francese?). Che cosa resterebbe, ben presto, di Francese? Si sa che la natalità diminuisce. Non è normale? I francesi non possono più sopportare i loro figli. Li mandano a scuola dall’età di tre anni e almeno fino a sedici per apprendere l’analfabetismo. E prima che abbiano tre anni, sempre più numerosi sono quelli che li trovano “insopportabili” e li picchiano più o meno violentemente. I bambini sono ancora amati in Spagna, in Italia, in Algeria, presso i gitani. Attualmente, in Francia, non di frequente. Né l’appartamento né la città sono più fatti per i bambini (da cui la cinica pubblicità degli urbanisti governativi sul tema “aprire la città ai bambini”). D’altra parte la contraccezione è diffusa, l’aborto è libero. Quasi tutti i bambini, oggi, in Francia, sono stati voluti. Ma non liberamente! L’elettore-consumatore non sa ciò che vuole. “Sceglie” qualcosa che non ama. La sua struttura mentale non ha più la coerenza di ricordarsi che ha voluto qualcosa, quando si trova deluso dall’esperienza di questa stessa cosa.

Nello spettacolo, una società di classi ha voluto, molto sistematicamente, eliminare la storia. E ora si pretende di rimpiangere questo solo risultato particolare della presenza di tanti immigrati, perché la Francia “sparisce” così? Comico. Essa sparisce per ben altre cause e, più o meno rapidamente, su quasi tutti i terreni.

Gli immigrati hanno tutto il diritto di vivere in Francia. Essi sono i rappresentanti dello spossessamento; e lo spossessamento è a casa sua in Francia, tanto vi è maggioritario, quasi universale. Gli immigrati hanno perso la loro cultura e il loro paese e, com’è noto, senza trovarne altri. E i Francesi sono nella stessa situazione, solo più segretamente.

Con il livellamento dell’intero pianeta nella miseria di un ambiente nuovo e di un’intelligenza puramente e pienamente menzognera, i Francesi che lo hanno accettato senza molte rivolte (tranne nel 1968) non hanno il diritto di dire che non si sentono più a casa loro a causa degli immigrati! Essi hanno certo motivo di non sentirsi più a casa, è verissimo. Perché, in questo orribile nuovo mondo dell’alienazione, non c’è più nessun altro, che gli immigrati.

Vivranno persone sulla superficie della Terra, e anche qui, quando la Francia sarà scomparsa. Il mescolamento etnico che dominerà è imprevedibile, come le loro culture, le loro stesse lingue. Si può affermare che la questione centrale, profondamente qualitativa, sarà questa: tali popoli futuri avranno dominato, attraverso una pratica emancipata, la tecnica presente, che è globalmente quella del simulacro e dello spossessamento? O, al contrario, saranno dominati da essa in un modo ancora più gerarchico e schiavista di oggi? Bisogna considerare il peggio e combattere per il meglio. La Francia è sicuramente deplorevole. Ma i rimpianti sono vani.

(Traduzione dal francese di Caterina Di Rienzo e Mario Perniola)

Note

  1. Redatte nel dicembre 1985, queste note furono comunicate a Mezioud Ouldamer che nel novembre 1986 pubblicherà, per le Edizioni Gérard Lebovici, Le cauchemar immigré dans la décomposition de la France.
  2. Laurent Fabius fu primo ministro della Repubblica francese dal 17 luglio 1984 al 20 marzo 1986. [ndt]
  3. Espressione idiomatica del linguaggio popolare che si può tradurre con: “che guaio!” [ndt]
  4. Espressione idiomatica del linguaggio popolare che si può tradurre con: “ti tocca o te ne freghi?” [ndt]
  5. Françoise Castro, attrice e produttrice televisiva, moglie di Laurent Fabius dal 1981 al 2002. [ndt]
  6. Bernard-Henry Lévy, filosofo e giornalista francese. [ndt]
  7. Comunemente conosciuta come “setta Moon”, la Chiesa dell’Unificazione fu fondata nel 1954 dal predicatore sudcoreano Sun Myung Moon (1920-2012). Ebbe notorietà negli anni Ottanta. [ndt]
  8. Sarcelles, comune francese situato a 15 kilometri da Parigi. Tra gli anni Cinquanta e Settanta fu un esempio della politica urbanistica dei Grandes Ensembles, grossi agglomerati di centinaia di appartamenti dotati di servizi. [ndt]
  9. Minguettes, quartiere residenziale nella periferia sud di Lione, costruito negli anni Sessanta per fornire alloggi a prezzi moderati. [ndt]
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