Europa e oltrePolitica e lingue

Umberto ECO: L’Esperanto è un capolavoro.

Da "La ricerca della lingua perfetta" 1993

Umberto ECO: L’Esperanto è un capolavoro, costruito benissimo. Mentre tutte le lingue artificiali tendono all’economia l’Esperanto tende a sacrificare l’economia per l’ottimizzazione
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Disponibile anche in: Inglese

Umberto ECO
La ricerca della lingua perfetta
Bari, Laterza, 1993

L’Esperanto
L’Esperanto fu proposto al mondo per la prima volta nel 1887 quando il dottor Lejzer Ludwik Zamenhof pubblicò in russo un libro dal titolo Lingua internazionale. Prefazione e m02anuale completo (per russi), Varsavia, Tipografia Kelter. Il nome Esperanto fu universalmente adottato in quanto l’autore aveva firmato il suo libro con lo pseudonimo di Doktoro Esperanto (dottore speranzoso).
In realtà Zamenhof, nato nel 1859, aveva incominciato a vagheggiare una lingua internazionale sin dall’adolescenza. Allo zio Josef, che gli scriveva chiedendogli quale nome non ebraico avesse scelto per vivere in mezzo ai gentili (secondo l’usanza), il diciassettenne Zamenhof rispondeva di aver scelto Ludwik per influenza di un’opera di Comenio, il quale citava Lodwick, noto anche come Lodowick (lettera allo zio del 31 marzo 1876, cfr. Lamberti 1990: 49). Le origini e la personalità di Zamenhof hanno certamente contribuito sia alla concezione che alla diffusione della sua lingua. Nato da una famiglia ebraica a Bialystok, in area lituana che apparteneva al regno di Polonia, il quale era peraltro sotto il dominio degli zar, Zamenhof era cresciuto in un crogiolo di razze e di lingue, agitato da impulsi nazionalistici e da permanenti ondate di antisemitismo. L’esperienza dell’oppressione e poi della persecuzione attuata dal governo zarista nei confronti degli intellettuali, specie se ebrei, aveva fatto marciare di pari passo l’idea di una lingua universale con quella di una concordia tra i popoli. Inoltre Zamenhof si sentiva solidale coi suoi correligionari e auspicava un ritorno degli ebrei in Palestina, ma la sua religiosità laica gli impediva di identificarsi con forme di sionismo nazionalista, e anziché pensare alla fine della Diaspora come a un ritorno alla lingua dei padri, pensava che gli ebrei di tutto il mondo avrebbero potuto essere uniti appunto da una lingua nuova.
Mentre l’Esperanto si diffondeva in vari paesi, prima nell’area slava, poi nel resto dell’Europa, suscitando l’interessamento di società erudite, filantropi, linguisti, e dando origine a una serie di convegni internazionali, Zamenhof aveva anche pubblicato anonimamente un pamphlet in favore di una dottrina ispirata alla fratellanza universale, l’homaranismo. Altri seguaci dell’Esperanto avevano insistito (e con successo) affinché il movimento per la nuova lingua fosse mantenuto indipendente da posizioni ideologiche particolari, dato che se la lingua internazionale doveva affermarsi poteva farlo solo attirando uomini di idee religiose, politiche e filosofiche diverse. Addirittura ci si era preoccupati che venisse passato sotto silenzio il fatto che Zamenhof era ebreo, per non dar adito a sospetti di alcun tipo – in un periodo storico nel quale, ricordiamolo, stava prendendo forma in molti ambienti la teoria del «complotto giudaico».
Eppure, malgrado il movimento esperantista fosse riuscito a convincere della propria assoluta neutralità, l’impulso filantropico, la religiosità laica di base che lo animava, non poterono non influenzare la sua accettazione da parte di molti fedeli – come si disse in Esperanto, samideani, compartecipi dello stesso ideale. Inoltre, negli anni della sua nascita, la lingua e i suoi sostenitori furono praticamente messi al bando dal sospettoso governo zarista, anche perché ebbero la ventura/sventura di ottenere l’appoggio appassionato di Tolstoj il cui pacifismo umanitario era visto come una pericolosa ideologia rivoluzionaria. Infine, esperantisti di vari paesi furono più tardi perseguitati dal nazismo (cfr Lins 1988). Ora, la persecuzione tende a rafforzare un’idea: la maggior parte delle altre lingue internazionali aspiravano a presentarsi come ausili pratici, mentre l’Esperanto aveva ripreso gli elementi di quella tensione religiosa e irenistica che aveva caratterizzato le ricerche della lingua perfetta almeno sino al XVII secolo.
Molti furono gli illustri sostenitori o simpatizzanti dell’Esperanto, da linguisti come Baudoin de Courtenay e Otto Jespersen, a scienziati come Peano o filosofi come Russell. Tra le testimonianze più convincenti, quella di Carnap, che nella sua Autobiografia parla con commozione del senso di solidarietà provato parlando una lingua comune con gente di diversi paesi, e della qualità di questa «lingua viva […] che univa a una sorprendente flessibilità dei mezzi d’espressione una grande semplicità di struttura» (in Schilpp, a cura di, 1963 70). Per non dire della lapidaria affermazione di Antoine Meillet: «Toute discussion théorique est vaine: l’Esperanto fonctionne» (Meillet 1918: 268).
A testimonianza del successo dell’Esperanto, esiste oggi una Universala Esperanto Asocio con delegati nelle principali città del mondo. La stampa esperantista conta più di un centinaio di periodici, e in Esperanto sono state tradotte le principali opere di tutte le letterature, dalla Bibbia alle favole di Andersen, mentre esiste anche una produzione letteraria originale.
Come era avvenuto col Volapuk, anche l’Esperanto ha conosciuto, specie nei primi decenni, appassionate battaglie che miravano a varie riforme del lessico e della grammatica: tanto che nel 1907 il Comitato direttivo della Delegazione per la scelta di una Lingua Internazionale, di cui era segretario fondatore Couturat, aveva operato quello che Zamenhof considerò un colpo di mano, ossia un vero e proprio tradimento: era stato riconosciuto che la lingua migliore era l’Esperanto, ma la si approvava in una sua versione riformata, che poi fu nota come Ido (dovuta in gran parte a Louis De Beaufront, che pure era stato in Francia un appassionato esperantista). Tuttavia la maggioranza degli esperantisti aveva resistito, seguendo un principio fondamentale già enunciato da Zamenhof, per cui in futuro avrebbero potuto essere elaborati arricchimenti e forse miglioramenti lessicali, ma tenendo fermo quello che chiameremo lo «zoccolo duro» della lingua, stabilito da Zamenhof in Fundamento de Esperanto, del 1905.

Una grammatica ottimizzata
L’alfabeto dell’Esperanto, di 28 lettere, si basa sul principio «per ogni lettera un solo suono e per ogni suono una sola lettera». L’accento tonico cade regolarmente sempre sulla penultima sillaba. L’articolo ha una forma unica, la: si dice pertanto la homo, la libro), la abelo. I nomi propri non sono preceduti da articolo. Non esiste articolo indeterminato.
Per il lessico, già nel corso della sua corrispondenza giovanile Zamenhof aveva notato che in molte lingue europee sia il femminile che varie derivazioni seguivano una logica suffissale (Buch/Bucherei, pharmacon/pharmakeia, rex/regina, gallo/gallina, heroe/heroine, tsar/tsarine) mentre i contrari seguivano una logica prefissale (heureux/malheureux, fermo/malfermo, rostom/malo-rostom, in russo, per «alto/basso»). In una lettera del 24 settembre 1876 Zamenhof si descrive mentre compulsa dizionari di varie lingue identificando tutti i termini che hanno una radice comune e che quindi potrebbero essere compresi da parlanti di molte lingue: lingive, lingua, langue, lengua, language; rosa, rose, roza eccetera. Erano già i principi di una lingua a posteriori.
In seguito, quando non potrà ricorrere a radici comuni, Zamenhof conierà i propri termini secondo un criterio distributivo, privilegiando le lingue neolatine, seguite da quelle germaniche e slave. Ne deriva che, se si esamina una lista di parole dell’Esperanto, il parlante di qualsiasi lingua europea troverà: (i) molti termini riconoscibili perché identici o affini ai propri; (ii) altri, stranieri, che in qualche modo già conosce; (iii) alcuni termini a prima vista ostici ma che, una volta appresone il significato, risultano riconoscibili; infine (iv) un numero ragionevolmente ridotto di termini ignoti da apprendere ex novo. Qualche esempio può mostrare i criteri di scelta: abelo (ape), apud (presso), akto (atto), alumeto (fiammifero), birdo (uccello), cigaredo (sigaretta), domo (casa), fali (cadere), frosto (gelo), fumo (fumo), hundc (cane), kato (gatto), krajono (matita), kvar (quattro).
Sono abbastanza numerosi i nomi composti. Zamenhof non pensava probabilmente ai criteri delle lingue a priori, dove la composizione è di norma perché il termine deve rivelare, per così dire, la sua formula chimica. Ma anche con un criterio a posteriori aveva di fronte l’uso delle lingue naturali, dove sono comuni termini come schiaccianoci, tire-bouchons, man-eater, per non dire del tedesco. Il coniare parole composte ogni volta che fosse possibile permetteva di sfruttare al massimo un numero ridotto di radici. La regola è che la parola principale segua quella secondaria: per «scrivania», dove occorre focalizzare l’attenzione sul fatto che si tratta anzitutto di un tavolo, che secondariamente serve per scrivere, si ha skribotablo. La flessibilità nell’agglutinare composti permette la creazione di neologismi dal senso immediatamente riconoscibile (Zinna 1993).
Data la radice, la formula neutra prevede una desinenza -o, che non è, come si ritiene di solito, il suffisso del maschile, ma significa che si tratta di un sostantivo singolare, senza specificare il genere. Il femminile invece viene «marcato» inserendo prima della desinenza -o il suffisso -in: «padre/madre» = patr-o/patr-in-o; «re/regina» = reg-o/reg-in-o, «maschio/femmina» = viro/virin-o. Il plurale si ottiene aggiungendo la desinenza J al singolare: «i padri/le madri» = la patroj, la patrinoj.
Nelle lingue naturali si hanno per ciascun contenuto lemmi assolutamente difformi. Per fare un esempio, chi apprende l’italiano deve memorizzare per quattro significati diversi quattro diverse parole come padre, madre, suocero, genitori; in Esperanto dalla radice patr è possibile generare (senza aiuto del dizionario) patro, patrino, bonpatro, gepatroj.
Importante l’uso regolare di suffissi e prefissi. In una lingua come l’italiano, come osserva Migliorini (1986: 34) trombett-iere e candel-iere esprimono due idee del tutto diverse, mentre idee analoghe sono espresse da diversi suffissi, come in calzolaio, trombettiere, commerciante, impiegato, presidente, dentista, scalpellino. Invece in Esperanto tutte le professioni o attività vengono indicate dal suffisso -isto (di fronte a dentisto il parlante sa che si tratta di una professione legata ai denti).
Intuitiva è la formazione degli aggettivi, che si ottengono regolarmente aggiungendo il suffisso -a alla radice: patr-a = «paterno» e concorda col sostantivo (bonaj patroj = «i buoni padri»). Semplificate sono le sei forme verbali inconiugabili, stabilmente distinte da diversi suffissi; ad esempio, per «vedere»: infinito (vid-i), presente (vida-as), passato (vid-is), futuro (vid-os), condizionale (vid-us), imperativo (vid-u!).
Come osserva Zinna (1993), mentre le lingue a priori e le grammatiche «laconiche» cercavano di realizzare un principio di economia a tutti i costi, l’Esperanto mira piuttosto a un principio di ottimizzazione. Per esempio, pur non essendo una lingua flessiva, esso conserva l’accusativo, che si ottiene aggiungendo una -n alla terminazione del sostantivo: la patro amas la filon, la patro amas la filojn. La ragione è che l’accusativo è l’unico caso che nelle lingue non flessive non venga introdotto da una preposizione, e quindi occorre renderlo evidente in qualche modo. D’altra parte le lingue che hanno abolito l’accusativo per i nomi lo conservano per i pronomi (IO amo ME stesso). La presenza dell’accusativo permette anche di invertire l’ordine sintattico riconoscendo sempre chi fa l’azione e chi la patisce.
D’altra parte l’accusativo serve a evitare alcuni equivoci presenti in lingue non flessive. Siccome viene usato anche (come in latino) per il moto a luogo, si può distinguere la birdo flugas en la gardeno (l’uccello sta volando dentro il giardino) da la birdo flugas en la gardenon (l’uccello vola verso il giardino). In italiano l’uccello vola nel giardino rimarrebbe ambiguo. In francese, data un’espressione come je l’écoute mieux que vous rimarrebbe da decidere se (i) io dia ascolto a qualcuno meglio di quanto non faccia il mio interlocutore, o se (ii) io dia ascolto a qualcuno più di quanto non dia ascolto al mio interlocutore. L’Esperanto direbbe nel primo caso mi auskultas lin pli bone ol vi e nel secondo mi auuskultas lin pli bone ol vin.

Obiezioni e contro-obiezioni teoriche
Una obiezione fondamentale a qualsiasi lingua a posteriori è che essa non pretende di individuare o riorganizzare artificialmente un sistema universale del contenuto, ma si preoccupa di elaborare un sistema dell’espressione abbastanza facile e flessibile da poter esprimere i contenuti che le lingue naturali normalmente esprimono. Questo, che pare un vantaggio pratico, può essere considerato come un limite teorico. Se le lingue a priori erano troppo filosofiche, le lingue a posteriori lo sono troppo poco.
Nessun sostenitore di una LIA si è posto il problema del relativismo linguistico o si è preoccupato del fatto che lingue diverse organizzino il contenuto in modo diverso e mutuamente incommensurabile. Viene dato per scontato che esistano da lingua a lingua espressioni in qualche modo sinonime, e l’Esperanto vanta la sua larga messe di traduzioni di opere letterarie, come prova della sua completa «effabilità» (questo punto è stato dibattuto, su posizioni opposte, da due autori che la tradizione accomuna come sostenitori del relativismo linguistico, e cioè Sapir e Whorf; su questa opposizione cfr. Pellerey 1993, 7).
Ma se una lingua a posteriori dà per assodato che esista un sistema del contenuto uguale per tutte le lingue, questo modello del contenuto diventa fatalmente il modello occidentale: malgrado cerchi di allontanarsi per alcuni tratti dal modello indo-europeo, anche l’Esperanto fondamentalmente vi si attiene, sia lessicalmente sia sintatticamente, e «la situazione sarebbe stata diversa se la lingua fosse stata inventata da un giapponese» (Martinet 1991: 681).
Si possono giudicare queste obiezioni irrilevanti. Il punto di debolezza teorica può diventare un punto di forza pragmatica. Si decide che una auspicata unificazione linguistica non può avvenire che attraverso l’adozione di un modello linguistico indo-europeo (cfr. Carnap in Schilpp 1963: 71). La decisione sarebbe confortata dai fatti, dato che per il momento non sta avvenendo diversamente, dato che anche lo sviluppo economico e tecnologico del Giappone si appoggia sull’accettazione di una lingua veicolare indo-europea come l’inglese.
Le ragioni per cui si sono imposte sia le lingue naturali sia le lingue veicolari sono in gran parte extralinguistiche; per quanto riguarda le ragioni linguistiche (facilità, razionalità, economicità e così via) le variabili sono tante che non ci sono ragioni «scientifiche» per contestare Goropio Becano e i suoi seguaci, ed escludere che il fiammingo sia la lingua più facile, naturale, dolce ed espressiva dell’universo. L’attuale successo dell’inglese nasce dalla somma della espansione coloniale e mercantile dell’impero britannico e della egemonia del modello tecnologico statunitense. È certo sostenibile che l’espansione dell’inglese sia stata facilitata dal fatto che sia lingua ricca in monosillabi, capace di assorbire termini stranieri e di creare neologismi, ma se Hitler avesse vinto e gli Stati Uniti fossero stati ridotti a una confederazione di staterelli non più forti e stabili di quelli del Centro-America, non si potrebbe forse ipotizzare che il globo intero parlerebbe oggi con la stessa facilità in tedesco, e in tedesco verrebbero pubblicizzati transistor giapponesi al duty free shop (ovvero Zollfreier Waren) dell’areoporto di Hong Kong? D’altra parte sulla razionalità solo apparente dell’inglese (e di qualsiasi altra lingua naturale veicolare) si vedano le critiche di Jespersen 1931.
L’Esperanto dunque potrebbe funzionare come lingua internazionale per le stesse ragioni per cui, nel corso dei secoli, la stessa funzione è stata svolta da lingue naturali come il greco, il latino, il francese, l’inglese o lo swahili.
Una obiezione molto forte risale a Destutt de Tracy, per cui una lingua universale era impossibile quanto il moto perpetuo, e per una ragione «perentoria»: «Quand’anche tutti gli uomini della terra si accordassero oggi per parlare la stessa lingua, ben presto, per l’influenza stessa dell’uso, essa si altererebbe e modificherebbe in mille modi diversi nei diversi paesi, e darebbe nascita a altrettanti idiomi distinti, che si allontanerebbero progressivamente l’uno dall’altro» (Eléments d’idéologie, II,6, p. 569).
È vero che per queste stesse ragioni il portoghese del Portogallo e il brasiliano differiscono talmente tra loro che di un libro straniero si fanno solitamente due traduzioni diverse; ed è esperienza comune degli stranieri il fatto che, se hanno appreso il portoghese a Rio, si trovano in difficoltà quando lo sentono parlare a Lisbona. Ma si potrebbe rispondere che un portoghese e un brasiliano continuano ad intendersi, almeno per quanto riguarda le necessità della vita quotidiana, anche perché la diffusione dei mezzi di massa informa via via i parlanti di una varietà linguistica circa le piccole trasformazioni che avvengono presso i parlanti dell’altra varietà.
Sostenitori dell’Esperanto come Martinet (1991: 685) hanno giudicato a dir poco ingenua la pretesa che una lingua ausiliaria non si trasformi e dialettizzi nel corso della sua diffusione in aree diverse. Ma se una LIA rimanesse lingua ausiliaria, e non parlata nella vita quotidiana, si ridurrebbero i rischi di una evoluzione parallela. L’azione dei media, che riflettesse le decisioni di una sorta di accademia internazionale di controllo, potrebbe favorire il mantenimento dello standard, o per lo meno la sua evoluzione controllata.

Possibilità «politiche» di una LIA
Sino ad ora le lingue veicolari si sono imposte per forza di tradizione (il latino veicolare del medioevo, lingua politica, accademica ed ecclesiastica), o per una serie di fattori difficilmente ponderabili (lo swahili, lingua naturale di un’area africana che gradatamente e spontaneamente, per ragioni commerciali e coloniali, si è semplificata e standardizzata diventando lingua veicolare per ampie regioni limitrofe), o per egemonia politica (l’inglese, dopo la seconda guerra mondiale).
Ma sarebbe possibile a una entità sovranazionale (come l’ONU o il parlamento europeo) imporre una LIA come lingua franca (o di riconoscerne l’avvenuta diffusione di fatto, e ratificarla)? Non esistono precedenti storici.
È innegabile tuttavia che oggi molte circostanze sono cambiate; per esempio quello scambio curioso e continuo tra popoli diversi, e non solo a livelli sociali elevati, che è rappresentato dal turismo di massa, era fenomeno sconosciuto nei secoli scorsi. Né esistevano i mass media, dimostratisi capaci di diffondere su tutto il globo modelli di comportamento abbastanza omogenei (e proprio ai mass media è in gran parte dovuta l’accettazione dell’inglese come lingua veicolare). Pertanto se a una decisione politica si accompagnasse una campagna pianificata dei media, la LIA prescelta potrebbe facilmente diffondersi.
Se gli albanesi e i tunisini hanno appreso facilmente l’italiano solo perché la tecnologia permette loro di captare le stazioni televisive italiane, a maggior ragione popoli diversi potrebbero familiarizzarsi con una LIA alla quale le televisioni di tutto il globo dedicassero una serie sufficiente di trasmissioni quotidiane, in cui si iniziassero a scrivere, per esempio, i discorsi pontifici o le deliberazioni delle varie assise internazionali, le istruzioni sulle scatole dei gadgets, gran parte del software elettronico, o in cui addirittura si svolgessero le comunicazioni tra piloti e controllori di volo.
Se questa decisione politica non c’è stata sinora, ed è apparsa difficilissima da sollecitare, questo non vuol dire che essa non possa essere presa in futuro. Negli ultimi quattro secoli si è assistito in Europa a un processo di formazione di stati nazionali a cui è stato essenziale (insieme con una politica di protezione doganale, di costituzione di eserciti regolari, di energica imposizione di simboli dell’identità nazionale) anche e soprattutto l’incoraggiamento altrettanto energico di una lingua nazionale attraverso la scuola, le accademie, l’editoria. E questo a scapito delle lingue minoritarie, a tal punto – in varie circostanze politiche – di reprimerle con la violenza e di ridurle al rango di «lingue tagliate».
Oggi però assistiamo a una rapida inversione di tendenza: sul piano politico tendono a scomparire le barriere doganali, si parla di eserciti sovranazionali e le frontiere si aprono; negli ultimi decenni si è assistito in tutta Europa a una politica di rispetto nei confronti delle lingue minoritarie. Anzi negli ultimi anni è avvenuto qualcosa di ancora più sconvolgente, di cui gli avvenimenti successivi al disfacimento dell’impero sovietico sono la manifestazione più esemplare: la frammentazione linguistica non viene più sentita come un incidente a cui porre riparo, ma come uno strumento di identità etnica e un diritto politico, qualcosa a cui tornare anche a costo di una guerra civile. E lo stesso processo si sta verificando, sia pure in modi diversi, ma spesso non meno cruenti, negli Stati Uniti. Se l’inglese dei Wasp è stato per due secoli la lingua del melting pot, oggi la California sta sempre più diventando uno stato bilingue (inglese e spagnolo) e New York la segue da presso.
Si tratta di un processo probabilmente inarrestabile.
Se la tendenza all’unificazione europea va di pari passo con la tendenza alla moltiplicazione delle lingue, l’unica soluzione possibile sta nella adozione piena di una lingua europea veicolare.
Tra tutte le obiezioni, rimane ancora valida quella già formulata da Fontenelle, ed echeggiata da d’Alembert nel discorso introduttivo all’Encyclopédie, circa l’egoismo dei governi, che non si sono mai distinti nell’individuare ciò che era buono per la società umana nel suo complesso. Se pure una LIA fosse una esigenza imprescindibile, una assemblea mondiale che non è ancora riuscita ad accordarsi sui modi urgenti per salvare il pianeta dalla catastrofe ecologica, non sembra disposta a sanare in modo indolore la ferita lasciata aperta da Babele.
Ma il nostro secolo ci sta abituando a tali processi di accelerazione di ogni fenomeno da sconsigliare ogni facile attività profetica. Una forza dirompente potrebbe essere proprio il sentimento della dignità nazionale: di fronte al rischio che in una futura unione europea possa prevalere una lingua di una sola nazione, gli stati che hanno poche possibilità di imporre la propria lingua, e che temono il predominio di quella altrui (e dunque tutti meno uno) potrebbero iniziare a sostenere l’adozione di una LIA.

Limiti ed effabilità di una LIA
Osservando i tanti sforzi fatti dalle LIA più diffuse per legittimarsi attraverso la traduzione di opere poetiche, rimane aperto il problema se una LIA possa dare esiti artistici.
Torna alla mente, rispetto a queste domande, una celebre (e malintesa) boutade attribuita a Leo Longanesi: «non si può essere un grande poeta bulgaro». La boutade non contiene e non conteneva nulla di offensivo nei confronti della Bulgaria; Longanesi voleva dire che non si può essere grande poeta scrivendo in una lingua parlata da pochi milioni di persone che vivono in un paese (quale che esso sia) che è rimasto per secoli ai margini della storia.
Una prima lettura della battuta è che non si può essere riconosciuto come grande poeta se si scrive in una lingua sconosciuta ai più, ma questa lettura è riduttiva, se non altro perché identificherebbe la grandezza poetica con la diffusione. Più probabilmente Longanesi voleva dire che una lingua si arricchisce e si irrobustisce delle molteplici vicende extralinguistiche che le accade di esprimere, contatti con altre civiltà, esigenze di comunicare il nuovo, conflitti e rinnovamenti del corpo sociale che la usa. Se abbiamo un popolo che vive ai margini della storia, dai costumi e dal sapere immutabile per secoli, la sua lingua, rimasta immutabile, estenuata sui propri ricordi, irrigidita nei suoi rituali centenari, non potrà offrirsi come strumento sensibile a un nuovo grande poeta.
Ma una obiezione del genere non potrebbe essere mossa a una LIA: essa non rimarrebbe certo limitata nello spazio e si arricchirebbe ogni giorno del contatto con altre lingue. Piuttosto potrebbe soffrire di un irrigidimento dovuto all’eccesso di controllo strutturale dall’alto (condizione essenziale della sua internazionalità) e non vivrebbe del parlare quotidiano. È vero che a questo si potrebbe rispondere ricordando che il latino ecclesiastico e universitario, ormai irrigidito dalle forme di quella grammatica di cui parlava Dante, ha saputo produrre poesia liturgica come lo Stabat Mater o il Pange Lingua, e poesia giocosa come i Carmina Burana. Ma è altrettanto vero che i Carmina Burana non sono la Divina Commedia.
A questa lingua mancherebbe una eredità storica, con tutta la ricchezza intertestuale che ciò comporta. Ma il volgare dei poeti siciliani, del Cantare del principe Igor o di Beowulf erano altrettanto giovani, e in qualche modo assorbivano la storia di lingue precedenti.

IV scadenza: L’INGLESE NON È PIÙ LINGUA DELL’UE TRA -21 Giorni 14 Ore 18 Minuti 32 Secondi
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